lunedì 18 maggio 2009

milANO


VERSO IL POLONORD (di Fabrizio La Scimmia)
04/05/2009

(Illustrazione di Akab)

Il pavè è nemico del cd. 
E' per questo che in macchina il cd delle Luci continua a saltare.
Questa sera l'aria è calda e noi stiamo andando ad un concerto dove non ci fanno entrare perchè c'è troppa gente e che "sennò poi chiamano i vigili, i vicini". Facciamo pure tardi perchè la zona è tutta residenti e quindi col cazzo che lo troviamo un parcheggio.
E tornando io guardo te, mentre il cd salta e mi innervosisce. Ti guardo e penso che forse ti amo un po' di meno. Mi piaci e dirò a tutti quanto sei bella, quanto la tua bellezza sia potente, e non permetterò a nessuno di dire che sei solo una povera stronza viziata ed egoista, che si guarda il culo nello specchio delle vetrine di Buenos Aires, e se ne compiace. Continuerò a pensare che sono solo dei poveri coglioni; e che io, invece, ti capisco.
Ma non so se ho smesso di amarti o se in realtà non l'ho mai fatto, e me lo sono ripetuto per non sentirmi un coglione dopo tutta la merda che mi hai fatto ingoiare.
Forse devo sfancularti pure io.
Cercarti solo qualche sera da ubriaco nella birra dal cinese fuori dall'Atomic, scroccando le sigarette alle fighette brit fuori dal Rocket, o nel fango del Magnolia, "che non ci sono tanti altri posti dove andare".
Girando un po' fatto in bicicletta con gli Animal nell'iPod che non salta, succhiandomi tutto il fumo della 90, ammazzandomi nei controviali chiusi e tagliando per 22 Marzo, dai magrebba con i kebab surgelati nei cortili, ai ristoranti asiatici vari, alle vie con le modelle che arrivano tardi ai casting, passando per i palazzi di pietra di città studi. A piedi puoi camminare per venti minuti senza che il paesaggio cambi, come in Antartide. Ma in bici hai tempi più televisivi. Ritmo! Ritmo!
Forse sei cambiata, o probabilmente sono cambiato io, perché tu mi sembri sempre tu. Forse dovrei andarmene, e trovare un'altra di cui innamorarmi. Forse non mi basta più piazza Duomo di notte sotto la galleria, d'estate, verso la statua del Carmine attraversando Brera metafisica. E' stato splendido, e ti ringrazio, ma voglio di più, ora.
Non sei tu, è che siete tutte così, e più ci penso e più mi incazzo e litigo in macchina fermo ai semafori, e vado a letto corroso la sera. Magari dovrei lasciare tutto e cambiare paese. 
Lasciare te soprattutto, che qua non c'è possibilità, perché sei tu che mi limiti; rimanere qui solo per te è la più grossa stronzata che io possa fare.
Ma Viale Romagna di notte è solo semafori, e farmi tutti questi rossi mi innervosisce, e magari è solo questo. 
O forse sbagliamo noi, nell'approccio. Dovremmo prendere qualcosa e uscire tra le strade ghiacciate, correndo lungo i viali geometrici, cadendo e non facendoci male. Avere così freddo da non riuscire a stare seri e ridere. Quando vorremo, tornare a casa, e fare l'amore, con il letto che sbatte contro la parete del vicino che si sveglia e si incazza e bussa al muro e noi che ridiamo e gli bussiamo di rimando.
"Che tu sia maledetto, vicino senza faccia. Vicino che hai la faccia di una parete". 
E torneremo a uscire, MILANO maiuscola, correndo con la bicicletta, anche se ho i freni rotti e le gomme storte. E senza cadere inciampando nei binari dei tram. E tu che ti fai di giorno. E noi che ridiamo e ci lanciamo la neve. E che scivoliamo sul ghiaccio e ci spezziamo i polsi, i gomiti, le spalle, e i ginocchi dei calzoni che si riempiono di buchi, e il sangue che sgocciola nei risvolti dei calzini. 
E poi tanto ci rialziamo. E i denti rotti tornano in bocca, e le dita spezzate si raddrizzano. Non mi viene la febbre neanche un giorno, e non piango più dentro ai tram come un bambino, non sbatto più la faccia contro le porte luride della metropolitana, non fumo più a metà le sigarette e te le spengo in faccia.
E quando abbiamo di nuovo caldo facciamo tutte le scale di corsa, corriamo tutta la via, giriamo a sinistra, attraversiamo il vialone, superiamo i cinesi che fanno le pizze, la ferramenta, il tabacchi, quello che vende cazzate, il parco dei perù, il kebabbaro col callo sulla fronte, e poi l'altro viale, la piazza dove l'hanno appeso, viale Padova, con la moschea e le macellerie, e poi la tangenziale, i laghi, la svizzera, Berlino, il mare, il Polo Nord e poi? E poi chissenefrega, facciamo il bagno a meno 30, ci amputano le braccia e ci abbracciamo lo stesso, ci si ferma il cuore, sputiamo i polmoni e ci mettiamo sotto il buco nell'ozono e moriamo fritti dai raggi uva della lacca che usava mia madre quando ero piccolo.
Magari così io e te torneremmo a essere felici insieme. Tu non mi vuoi, però, e mi guardi da sotto il tuo vestito grigio di pietra pisciata e non ti importa, come di nessuno. Non ti importa di niente. La tua scighera ti ha salvato dalle bombe, figurati da me.

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