lunedì 18 agosto 2014

Nono Cerchio


sabato 16 agosto 2014

Reloaded

Gabriele Di Benedetto, alias AkaB è un fumettista, pittore e videoartista. Negli anni novanta lo vediamo crescere sulla scena del fumetto underground: è al tempo cofondatore dello Shok Studio, collaborando con alcune tra le più importanti case editrici americane del settore: Marvel, Dark Horse, DC Comics. Quando lo studio chiude si dedica alla pittura ed espone in diverse collettive e personali. Si rifugia per un anno in Islanda e continua a disegnare.
Partendo dalla grafica inizia a sperimentare, cogliendo fin da subito le potenzialità del digitale, animazioni classiche e in flash, corti e video, fino al cinema: nel 2003 realizza Mattatoio, lungometraggio presentato alla mostra del cinema di Venezia.
Unica grande influenza consapevole è stato Egon Schiele, che desta in lui la passione per il tratto, anzi la restituisce dopo la noia della scuola, delle lezioni senza vita di disegno dal vero. Fortunatamente non abbandona il fumetto e realizza alcuni capolavori, nei quali è ben evidente come non sia soltanto il disegno ma la scrittura di una storia a rendere indimenticabili questi lavori. E’ quindi la sua produzione di graphic novel ad interessarci particolarmente, tutte successive a Mattatoio. Da quel momento spesso le storie a fumetto nascono come storyboard per film, ne gira infatti altri due, ma ne risultano opere autonome : ReVolver per Poseidon Press - Redux e PoP! per Grrrzetic - Le 5 Fasi per BD - Voci Dentro per Latitudine 42 - Come Un Piccolo Olocausto, Un Uomo Mascherato e Monarch per Logos - Storia di una Madre e Human Kit per Alessandro Berardinelli Editore.
Spiega sul suo blog di come il nome d’arte venga dall’acronimo A K A , Also Known As, usato per descrivere lo pseudonimo di un artista, e con la lettera B dal remoto alfabeto lineare il cui suono corrispondente alla nostra lettera scritta era rappresentato da una casa. Per altri è identificato nella parola Maya che significa notte..e la nostra memoria non può non andare a Moby Dick.
In qualunque caso è facile associare l’opera di AkaB all’idea di oscurità, di abisso lontano. Tutte le sue storie sono in effetti delle avventure negli abissi, quelli della psiche umana e dei suoi meccanismi.
Come recita il sottotitolo di una mostra tenutasi a Pescara, Akab è fumettista e illustratore di storie senza pietà. I suoi temi principali sono la solitudine, la paura, la perdita di identità spesso a causa del dolore, perdita intesa sia in senso fisico che emotivo. Se nel periodo dell’adolescenza disegnava per capire il “fuori”, le ultime opere tentano una comprensione del “dentro”. Il fumetto è riscoperto come “ un mezzo fantastico che unisce pittura e letteratura e che innesca un perverso gioco con il fruitore attivo/ passivo”.
Michele R. Serra le ha descritte come “storie popolate da maschere alla Hannibal Lecter , di angeli caduti e crocifissioni” e in questo territorio ritroviamo di fronte alle tavole originali del volume Storia Di Una Madre, in mostra presso lo Spazio Artepassante Porta Vittoria fino al 30 settembre.
Si tratta di una fiaba struggente di H. C. Andersen, dove una giovane madre sprofonda nell’autodistruzione pur di riprendersi il bambino che la Morte ha già deciso di tenere per sé. Una storia di cupa sofferenza che procede solo attraverso le immagini e l’uso narrativo del colore, strumento di orientamento del percorso della protagonista, sicchè ogni svolta drammaturgica è contrassegnata dai pochi elementi colorati, ben evidenti rispetto alla predominanza di toni freddi di una notte d’inverno di luna piena. Un incubo livido e muto.
Si può dire che la storia sia riscritta con la lingua del silent book, con le immagini che sanno narrare autonomamente grazie all’alta qualità grafica. La madre è disposta ad ogni sacrificio o mutilazione pur di riavere il figlio ma soltanto alla fine, quando l’azione lascia il posto alla rassegnazione, alcune parole solitarie, bianche sul fondo nero ci svelano il destino ineluttabile e irrecuperabile del bambino.
La cura dell’insieme nel suo rapporto con i dettagli, che rende un’impressione sensoriale come il freddo o la voce strozzata, e ancor più la scelta del formato panoramico, ci conducono all’istante, e fino allo scioglimento dell’azione, in una dimensione cinematografica. Sulla carta.

Michela Ongaretti

mercoledì 6 agosto 2014

Non c'è più mestiere in chirurgia


lunedì 28 luglio 2014

ri-quadri



sabato 26 luglio 2014

38

martedì 22 luglio 2014

Cosa resta del padre?

I lavori di Akab non sono provocazioni fini a loro stesse. Non estrae a caso delle immagini popolari e di consumo per isolarle ed elevarle ad "arte".
Akab conosce e ama profondamente tutti i soggetti che ritrae. Ma a un certo punto è mancato loro qualcosa. O, al contrario - ma con lo stesso identico risultato emotivo - questi soggetti sono stati caricati di troppi significati, troppa rilevanza, troppa indispensabilità.

Massimo Recalcati - tra i più noti psicoanalisti lacaniani in Italia - in un suo recente libro "Cosa resta del padre? - la paternità nell'epoca ipermoderna" ci offe un passaggio letterario che serendipicamente pare cucito addosso all'ars di Akab: "Conservare e buttare via sono movimenti egualmente fondamentali che attraversano ogni esperienza di lutto. Ma non sono in opposizione.
La psicoanalisi sa che esiste una dialettica fine tra questi due movimenti.
È quella che Freud a suo modo racconta nel gioco del rocchetto del piccolo Ernst: l'assenza dell'oggetto è la condizione perché riappaia la sua presenza. E la sua presenza oscilla sempre verso la sua assenza.
Nel nostro tempo, nel tempo ipermoderno, gli oggetti proliferano intasando ogni assenza possibile. Il discorso del capitalista è un antilutto.
L'oggetto di godimento esige il suo ricambio continuo. Non sprigiona alcuna aurea. La sua funzione, più che feticistica, è anestetica. Serve per attutire il dolore di esistere e per addomesticare, sedare, congelare il desiderio.
L'oggetto non celebra alcuna memoria, non racconta nulla, non conserva alcuna memoria, non è nulla, pur essendo diventato tutto per il soggetto che ne dipende patologicamente."

Akab oscilla spaventosamente tra la difficoltà a "tenere fermo il mortuum", come direbbe Hegel, ovvero la difficoltà ad assumere la perdita irreversibile dell'oggetto simbolizzandola (e quindi allontana le cose, le getta via, ricerca una sepoltura definitiva) e il collezionismo che esorcizza l'irreversibilità. Sempre citando Recalcati: "conservare ogni traccia per raggiungere fantasmaticamente la sua immobilizzazione, la sua sospensione. Èun fantasma che la clinica psicoanalitica definisce "ossessivo" ".
A questo punto Akab deve gestire questa oscillazione, questo sentimento, questo senso di slittamento dall'ideale primigenio di cui era ammantato il soggetto-oggetto (che sia un senso della perdita, della lontananza, della mancanza, oppure della sovraesposizione e sovraintrusione di ogni spazio vitale), per far sì che non emerga solo il dolore.

Quindi elabora con i suoi ritratti questo lutto dell'immaginario collettivo, provando a restituirgli una ulteriore possibilità di vita con una (sua) memoria, oppure decidendo per una rapida eutanasia, uno smembramento artistico del soggetto, uno strappo definitivo che permette finalmente di associargli ancora una sensazione, una emozione, anche se non positiva.
Quella che emerge sull'opera finale, è una nuova figura che sia accettabile nel Brave New World, il "Mondo Nuovo" in cui adesso viviamo.

"Cosa resta del padre?" si può estendere metaforicamente a gran parte delle opere di Akab. In senso esteso, la maggior parte dei suoi soggetti sono figure paterne, o figure che nell'immaginario collettivo sono servite ai giovani lettori o spettatori televisivi, come succedaneo di fornitori di indirizzo ed etica, rispetto a padri troppo occupati col lavoro, con amanti, con i loro stessi fantasmi paterni.
Popeye, Daredevil, Dylan Dog, Batman e Robin, Fonzie, Darth Vader, lo zio Fester, Spock, Mork, Voldemort, perfino il verde Kermit la Rana e il rosaceo Uan, sono tutte rappresentazioni di un adulto o paragoni per un sé maturo e completo del giovane fruitore. Rappresentazioni ammantate per scelte commerciali ed editoriali di un moralismo che spesso diventava umorismo involontario.
Akab affronta e si scontra con la sua produzione con tutte queste figure paterne e partenalistiche, in un eterno Edipo.
In pochissimi casi Akab osa avvicinarsi al cosidetto "fanciullino".
Uno di questi, e quindi per la sua "eccezionalità", ci colpisce tanto da farcelo estrapolare nell'analisi, è "Alfredino Vermicino".
In questo caso il soggetto non ha nulla di risolto all'origine. Non ha alcuna morale o identità imposta artificialmente, che necessita di essere smontata. Non ha alcuna sicurezza, non ha alcun messaggio. Anzi, il bambino Alfredino, e la sua voce artistica riportata nella storia di Akab, queste cose le cerca disperatamente, le reclama, si colpevolizza per non essere all'altezza.
La storia reale di Alfredino è inquietante. Questa inquietudine riemerge nell'opera di Akab, non tanto per il suo svolgimento, ma proprio per la realizzazione in se stessa. Una cosa sono le mille trasmissioni televisive che ricostruiscono i fatti di cronaca, con una narrazione giornalistica o riportando gli spezzoni Tv dell'epoca. Una cosa è rielaborare narrativamente i pensieri, le immagini, le emozioni. Sopratutto in un fumetto, genere letterario mandato in giro dalla critica da sempre con una lettera scarlatta ben cucita sul petto.
Akab deve quindi scegliere cosa ricostruire e come farlo.

Riccardo Corbò
Estate 2012

lunedì 21 luglio 2014

Hai progetti per l'estate?


domenica 13 luglio 2014

GOA-BOA Festival

giovedì 10 luglio 2014

H. Keller - archivista di archivi

L'archivistica è la materia che studia e gestisce gli archivi. vale a dire il complesso organico dei documenti scritti che sono stati prodotti da un soggetto nel corso della sua attività\vita. Il materiale trattato dall'archivistica è costituito da tutte quelle rappresentazioni scritte che tracciano la memoria delle varie azioni e comportamenti dei soggetti. L'Archivistica ha come oggetto di indagine gli archivi distinti in tipologie: pubblici e privati.  Di ciascuna categoria vengono studiati la nascita, lo sviluppo e la gestione degli archivi. L'Archivistica ha bisogno di una conoscenza profonda dei soggetti che hanno prodotto gli archivi, per cui non può prescindere dalla Storia personale o delle istituzioni.

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