QUINDI SI, STA FUNZIONANDO

Trascrizione intervista skype ad AkaB per progetto d'esame di Bbra Io

So che Stigma è un progetto che avevi in testa da un pezzo. Mi racconti da cos'è nato e come sei riuscito a metterlo in pratica? Quando hai capito che era arrivato il momento di dare il via al progetto?

La nascita di Stigma è legata al mio percorso creativo. Già al liceo artistico, nei primi anni novanta, con alcuni compagni di scuola abbiamo iniziato ad autoprodurre le nostre cose attraverso un progetto che si chiamava Shok Studio. Questa esperienza è durata cinque anni, durante i quali siamo riusciti a vendere bene i nostri fumetti non solo in Italia, ma anche alla Dark Horse negli Stati Uniti. Poi, in un momento di massimo successo, ci siamo divisi come succede a certe boy band. Lo capisco solo ora, ma eravamo semplicemente tutti troppo giovani per investire in una cosa del genere. A vent'anni non sei un bambino, ma ci sono ancora molte cose che non hai messo bene a fuoco.
Poi per alcuni anni mi sono dedicato ad altre cose, ho smesso di occuparmi di editoria, mi sono dedicato al cinema e mi sono trasferito in Islanda dove ho vissuto per un anno.
Nel 2010
Alberto Ponticelli mi ha chiesto di fare un libro collettivo, che poi sarebbe diventato Le 5 Fasi, con una logica di spirito di gruppo simile a quella che c'era con lo Shok Studio. Con un po' di difficoltà abbiamo messo insieme quello che sarebbe diventato poi il Collettivo Dummy, scegliendo elemento per elemento tra chi ci sembrava più adatto alla sensibilità non solo artistica, ma anche umana, e abbiamo aperto uno di quei gruppi chiusi su Facebook. Per due anni ci siamo sentiti parlando di questo libro specifico, ma si parlava anche di altri argomenti, tra cui molto di editoria. Il libro è uscito nel 2012, è andato benissimo e da allora abbiamo mantenuto aperto il gruppo. L'anno successivo ci siamo ritrovati tutti a Lucca, ciascuno con il proprio libro pubblicato da case editrici più o meno grandi (Coconino Press, Grrrzetic, Lion, Logos) e lì ho pensato: ma perché invece di sparpagliarli e farli produrre da diversi editori non li facciamo noi? Il seme vero di Stigma è nato in quel momento lì, ma nasce anche da un passaggio ulteriore: l'esperienza de Le 5 Fasi ci aveva insegnato che ci sono degli autori che sono all'interno di un percorso per cui hanno imparato ad autogestirsi. Non ce l'ho con la figura dell'editor, sarei un pazzo visto che è quello che sto facendo con Stigma. Penso sia una figura fondamentale ed è importante che ci sia qualcuno che abbia uno sguardo esterno, ma questa cosa noi l'abbiamo fatta in maniera naturale tutti insieme durante la lavorazione del libro e ha funzionato molto. Ha creato un lavoro molto organico pur essendo fatto da persone diverse, è stato quasi un miracolo. Questo mi ha fatto capire che gli autori con uno sguardo critico, riescono a capire da soli le cose positive e le cose negative di un'opera, ma non della propria. Stigma ha messo insieme un gruppo di persone con questo tipo di atteggiamento. Lavorare con un solo editor è un po' come giocare a tennis, mentre noi ora stiamo giocando a rugby. Ovviamente ci si scontra, ma tutte le volte che ci confrontiamo la media di quello che salta fuori porta sempre ad una conclusione che mette d'accordo tutti e questo porta delle migliorie ai progetti.

Quindi Stigma nasce da un gruppo di autori già ben consolidato. Come sono arrivati gli esordienti a Stigma?

Ai sette membri del collettivo se ne sono aggiunti altri otto. Da quando è partito Stigma mi sono arrivate una cinquantina di proposte di libri. Sto leggendo tutto, prendo in considerazione anche le cose che mi sembrano più assurde e lontane, non si sa mai. Di queste proposte, per ora, una sola è entrata ufficialmente nel catalogo: quella di Marco Gnaccolini e Cosimo Miorelli, una coppia di autori che sta lavorando insieme ad un libro per me spettacolare. Ce ne sono altre due in forse, il resto sono tutti dei no. Gli altri autori si sono aggiunti un po' in maniera naturale. Cammello ad esempio mi aveva chiesto di scrivere una storia breve per Tumorama già a suo tempo. Mi sono fatto prendere la mano e la storia è diventata di 70 pagine. Di Jacopo Starace ho visto in rete delle tavole che mi sembravano interessanti e gli ho chiesto di mandarmele. Anche Luca Negri l'ho cercato io, su segnalazione di Tiziano Angri. Insomma, le cose sono successe in maniera naturale, ma non casuale. 




Il Progetto è stato presentato per la prima volta al BordaFest nel 2017 e la collaborazione con Eris è nata subito dopo.

Esatto, è successo tutto un po' a cavallo di quell'evento. Ti racconto anche l'aneddoto: io avevo iniziato a lavorare al catalogo insieme a tutti gli altri autori. Un giorno viene a casa mia un'amica, una specie di astrologa, e mi racconta di due pianeti nuovi: X e Y. Quello X, in realtà, è stato battezzato Eris. Mi ha parlato così tanto di questo pianeta che appena è uscita di casa mi son detto: mando il catalogo alla Eris. Loro mi hanno risposto entusiasti tipo un minuto dopo.  Quando ho iniziato con Stigma, nella mia mente speravo che si sarebbe potuta venire a creare una situazione del genere, ma non sapevo come. Il tipo di meccanismo che potevo garantire a Stigma era tutta la parte online: la prevendita, il sito internet ecc. Per le questioni legate alla percentuale molto alta che diamo all'autore, che è del 30%, avevo escluso la distribuzione, che prende il 60%, quindi non avrei potuto proporre un'offerta così alta. Poi sono comparsi loro, che portano i nostri prodotti in libreria e ci danno totale fiducia e totale carta bianca. Con molte delle realtà editoriali per cui ho lavorato negli anni sono arrivato allo scontro, vuoi perché non capisco la loro strategia economica, perché non mi piace la loro pubblicità o per qualsiasi altro motivo. Con Eris invece mi sono trovato proprio umanamente, mi sembra incredibile che esistano.

Ci sono oggi in Italia dei progetti editoriali o delle case editrici che in qualche modo sono affini a Stigma?

Credo che attualmente Stigma sia un progetto abbastanza unico. Ci sono però alcune case editrici che sento
vicine come spirito, anche se comunque stanno facendo cose molto diverse. Mi piace la Hollow Press di Nitri, che ha pubblicato anche Spugna e quindi c'è comunque un collegamento con Stigma. Mi piace molto Canicola di cui apprezzo la coerenza, in più ha pubblicato alcuni tra i libri più belli che abbia mai letto. Sono un fan sfegatato de L'uomo senza talento di Tsuge e de La morte alle calcagna di Marko Turunen. Mi piacerebbe dirti che sento delle affinità con la nuova Coconino, ma a parte Anubi, per ora, non sto capendo bene le altre scelte.

Per chi acquista i volumi durante il periodo di prevendita online è previsto uno Special in omaggio che non potrà ricevere in nessun'altra maniera, il che mi ha fatto pensare a qualcosa di simile al Prima o Mai.

Diciamo che non c'entra in maniera diretta. Nel momento in cui è nato Stigma ci si interrogava costantemente su come fare le cose nel migliore dei modi. In quella situazione lì mi sono fatto una scheda mentale delle cose migliori che ho visto in giro, infatti più che dire che Stigma sia un meccanismo nuovo è giusto dire che sia un ibrido tra tante cose. Ti faccio un esempio: il discorso della percentuale alta viene dalla mia esperienza in Shockdom. Nel caso del mio contratto specifico non era previsto un acconto, ma mi garantiva una percentuale del 20%, che è più del doppio del normale. Con Stigma quindi abbiamo deciso di portarla al 30%.
Da
Ratigher l'idea del preorder, che comunque è legata alla cultura del crowdfounding che nasceva in quel periodo. La cosa più importante dell'esperienza di Prima o Mai è che ha funzionato in termini di numeri e questo può avermi dato un po' di fiducia nel farlo, ma quello di Stigma è un meccanismo diverso.

Quello del fumetto è ormai un mercato in espansione anche in Italia, basta pensare ai colossi dell'editoria italiana che hanno dato il via alle proprie collane a fumetti. E' un bene o un male?

Come tutte le cose è entrambe e nessuna delle due. Ovviamente ciascuno ha il suo punto di vista. Quello che noto è che si sta alzando il livello di percezione del fumetto, che è quello che a me interessa di più, ovvero: anche visto da fuori non è più una roba per ragazzini, o per soli maschi. Avendo iniziato da molto giovane, ti assicuro che non solo tutti i lettori erano maschi, ma anche tutti gli autori. Adesso giustamente le cose sono cambiate e per me significa molto. Significa che il mezzo sta cambiando, sta diventando più adulto e anche più universale. Se prima parlavi solo di frustrazioni maschili e di ragazzini che sognano di diventare supereroi o uomini d'azione, adesso il fumetto, come la letteratura o il cinema, parla di qualsiasi cosa a chiunque e questo è bellissimo. In termini di effettivo funzionamento di vendita ho l'impressione che le grosse realtà editoriali rischino di fare dei passi falsi perché stanno cercando di sfruttare un trend e non hanno un'effettiva esigenza di pubblicare fumetti. In più pubblicano di tutto, non c'è una linea editoriale. So che le grosse case editrici ragionano in altri termini, ma mi sembra una politica che non può portare buoni risultati in nessuna maniera.




Vedo che ad agosto c'è in programma l'uscita di un volume antologico che coinvolge tutti gli autori di Stigma a tema Prigionia ed evasione in occasione dello Sputnik Festival. Me ne parli?

Allo Sputnik Festival dell'anno scorso abbiamo parlato molto del tema dell'intrattenimento e sul bisogno di evasione, tipico dei fumetti. Intrattenimento significa trattenere dentro. Questo bisogno di evasione implica che tu sia prigioniero, altrimenti non avresti bisogno di evadere. Viviamo in una realtà così deludente che abbiamo continuamente bisogno di distrarci con altre storie. Contemporaneamente c'è un aspetto positivo. Noi abbiamo bisogno di storie e ce ne sono alcune che ti migliorano la vita. 

A sei mesi dalla nascita del Progetto si può dire che Stigma ed Eris stiano realizzando le proprie aspettative?

Per esperienza ho imparato che è meglio non aspettarsi mai niente, è la ricetta per non essere delusi. Ovviamente i nostri calcoli li avevamo fatti, anche per capire la cifra minima in cui Stigma avrebbe funzionato. Diciamo che siamo sopra quella cifra e che quindi si, sta funzionando.


PROGETTO STIGMA + ERIS EDIZIONI

Sul finire del 2017 molti sono stati gli annunci di nuove realtà pronte a lanciarsi nel campo dell’editora a fumetti sul nostro territorio, ma uno di questi in particolare ci ha fatto drizzare le orecchie: l’entrata in scena di Stigma, progetto ambiziosissimo che annovera fra i suoi membri AkaB, Marco Corona, Luca Negri, Dario Panzeri, Alberto Ponticelli, Spugna e molti altri. 
Siamo lieti di annunciare una collaborazione a lungo termine fra noi di Eris edizioni e il Progetto Stigma, collaborazione che nasce dalla stima reciproca e dalla accorata approvazione del lavoro svolto da entrambe le parti.
 Non vediamo l’ora di rivelarvi molto altro ancora quindi restate sintonizzati, il 2018 sarà un anno ricco di novità…

Eris edizioni e Progetto Stigma insieme: gli autori fanno la rivoluzione
Dal 23 febbraio al 31 marzo il primo preorder per “Èpos” di Marco Galli

Progetto Stigma e Eris Edizioni annunciano una nuova collaborazione, che nasce da una chiara comunione d’intenti e da una specifica visione del fare fumetto. Non una partnership commerciale ma un incontro tra il percorso di ricerca artistica portato avanti da Eris, giovane ma agguerrita casa editrice già vincitrice di numerosi premi, e il neonato Progetto Stigma, etichetta selvaggiamente autogestita che restituisce agli autori il totale controllo sul proprio lavoro. Ogni libro vivrà un periodo di pre-order grazie al quale sarà possibile ottenere in contenuto editoriale speciale in esclusiva.
L’IDEA
L’idea alla base è molto semplice: Eris Edizioni diventa complice del Progetto Stigma, supportandolo nell’arrivo in libreria e fumetteria e inserendone le opere in catalogo non come semplice collana, ma in qualità di vera e propria costola separata. Eris supporterà il Progetto Stigma nella pubblicazione di 4 volumi l’anno, lasciandogli totale indipendenza di scelta e di progettazione.
LA PREVENDITA
L’uscita di ogni volume sarà preceduta da un periodo di prevendita online: chi acquisterà in preorder riceverà anche uno special, un contenuto editoriale dello stesso autore distribuito esclusivamente con la prevendita. Terminata la prevendita, il contenuto speciale non sarà più acquistabile o reperibile.
Il primo libro sarà “Èpos”, incluso nel prezzo di copertina ci sarà lo special “Le incredibili avventure di Brodowsky” sempre di Marco Galli. Le copie vendute in prevendita saranno inoltre numerate a mano.
Il preorder sarà attivo dal 23 febbraio fino al 31 Marzo al link
http://progettostigma.com/buy/
LA DISTRIBUZIONE
Terminata la prevendita online ed evasi gli ordini, il volume uscirà in libreria allo stesso prezzo di copertina del preorder. Eris, inoltre, supporterà il Progetto Stigma anche alle fiere e agli eventi.
L’AUTORE AL CENTRO
Eris e Stigma riconosceranno una grossa fetta delle vendite a chi il libro la fa materialmente: il 30% su tutto il venduto in preorder verrà dato all’autore. Da sempre Eris antepone le esigenze artistiche a quelle di mercato: la collaborazione con Stigma è un ulteriore e naturale passo verso l’eliminazione di quelle normazioni editoriali che rischiano di appiattire e compromettere i diversi modi di fare fumetto. Chi usufruisce della prevendita, dunque, non solo riceverà un prodotto aggiuntivo esclusivo, ma supporterà ancora maggiormente l’autore.
CATALOGO
I primi 4 libri di Progetto Stigma che vedranno la luce nel 2018 sono:
Èpos di Marco Galli (uscita prevista: aprile).
Storie di uomini intraprendenti e di situazioni critiche di Luca “Regular Size Monster” Negri (uscita prevista: giugno).
Perso nel bosco di Dario Panzeri (uscita prevista: settembre).
Rubens di AkaB, Pablo Cammello e Spugna (uscita prevista: novembre).

LETTERA A UNA RAGAZZA VIZIATA























NOVE DOMANDE ACCADEMICHE

Tesi Accademia di Belle Arti
AUTOPRODUZIONE E MERCATO EDITORIALE
Intervista a AkaB

Giovanni Saladino


1) Con l’avvento dei social come e quanto è cambiata la figura del fumettista/illustratore?

I disegnetti funzionano bene su i social, quindi ora molti più autori si sentono sto cazzo.

2) Il mondo del lavoro e del web richiede sempre di più un creativo con molte competenze secondo la sua esperienza è meglio essere poliedrici o conoscere alla perfezione un solo strumento?

Essere poliedrici alla perfezione.

3) Pregi e difetti (lavorativamente parlando) dei social network?

Quelli che conoscono davvero il meccanismo criminale dietro ai social, non lo usano e lo vietano categoricamente alle persone che amano.
Detto questo, si, li si può sfruttare per bieche ragioni commerciali.

4) Quali sono i consigli che darebbe ai nuovi artisti che volessero iniziare la professione
artistica dell’illustrazione e/o del fumetto?

I consigli non servono, tanto è talmente un percorso lastricato da delusioni che sarà già quella la vera selezione.
Se reggi tot tempo, sei tagliato per questa follia.

5) Vantaggi e svantaggi dell’autoproduzione?

Evitando delle risposte “elenco della spesa” ti dico che è meglio pagarsi da soli le bollette che farsi aiutare ancora da i parenti.
Il tempo della paghetta è finito da un pezzo.

6) Vantaggi e svantaggi nell’avere un editore?

Dipende semplicemente da che indole uno ha. Io sto meglio senza nessuno che mi faccia da
tutor, a molti altri serve. Poi ancora più nel dettaglio per me dipende anche da libro a libro.
Certi figli e meglio crescerli a casa, altri, mandarli in collegio. 

7) L’importanza delle fiere, e del presentare un proprio prodotto nel mondo off line.

Diosanto. Off line è una parola spaventosa per indicare la realtà.
Come autore le fiere hanno senso se servono per fare nuovi incontri e far nascere delle idee.
Come editore l’approccio non è molto diverso da quello che gestisce il bar e vende panini.
Fare cassa.

8) Quanto ha inciso Amazon nel mondo del fumetto e dell’illustrazione?

Non compro su Amazon, quindi non ne so niente.
Da quel poco che ho capito è un altra specie di mafia che va a fare concorrenza sleale soprattutto alle piccole realtà.
Ma il pesce più grosso mangia sempre quello più piccolo.
Non è neanche ingiusto, è la natura.
Sogno cmq un futuro in cui gli intermediari siano tagliati fuori il più possibile.

9) L’edicola è morta?

Speriamo.

LA SOFFITTA - MONDADORI - OSCAR INK -

La soffitta di AkaB e Squaz torna in libreria grazie a una nuova edizione Mondadori Oscar Ink. Ormai introvabile – fu in origine disponibile solo attraverso preorder –, La soffitta è un’opera ibrida che mescola racconto illustrato e fumetto per narrare una storia oscura e inquietante. Un mondo grottesco fatto di perversioni, esperimenti di modificazione corporale, necrofilia e invasioni aliene che prende vita attraverso i testi di AkaB (Gabriele Di Benedetto) e le illustrazioni di Squaz (Pasquale Todisco).
Il graphic novel nasce da una serie di disegni realizzati da Squaz per una mostra. Quelle che dovevano essere "semplici" illustrazioni scollegate tra loro hanno rivelato un forte potenziale narrativo, estrapolato da AkaB attraverso la propria visione creativa. Alle illustrazioni iniziali si è poi aggiunta una seconda parte, più propriamente fumettistica, che chiude il cerchio di questa proficua collaborazione.
Metà illustrato, metà fumetto, una storia dal sapore inquietante, tra intolleranze alimentari, ossessione per il sesso e per il denaro, messe nere, poesia, esperimenti non autorizzati, alieni e l’oscuro abisso della psiche umana.

Lucca book signing
  • 03 novembre
  • Ore 14.30 Firma copie del libro @Padiglione Napoleone  - Stand Magic Press  NAP241

  • 04 novembre
  • Ore 14.30 Firma copie del libro @Padiglione Napoleone  - Stand Magic Press  NAP241

  • 05 novembre
  • Ore 11.30 Firma copie del libro @Padiglione Napoleone  - Stand Magic Press  NAP241
  • Parliamo un po’ de La soffitta. Com’è nato il progetto?

    Squaz: Tutto è partito da una serie di miei disegni realizzati un po’ a ruota libera. Inizialmente avevo pensato di raggiungere un numero di tavole sufficiente per organizzare una mostra, ma strada facendo mi è parso che quelle tavole contenessero una narrazione di qualche tipo. E di un tipo a me ignoto, per giunta. Come se effettivamente stessi cercando di raccontare qualcosa a mia stessa insaputa. Allora ho pensato di farne un libro. A quel punto però i miei tentativi di abbinare un testo scritto da me si sono rivelati insoddisfacenti. Avevo l’impressione di razionalizzare troppo, mentre le immagini erano esplosive, forti. Temevo di raffreddarle, di togliere loro potenza. Allora ho chiesto aiuto ad AkaB.

    AkaB: Vado a memoria (quindi totalmente inaffidabile). Eravamo a casa mia con Ponticelli e Squaz per ragionare su un progetto da fare insieme, e Squaz mi ha parlato delle illustrazioni per la mostra, chiedendomi se potevo scriverci un testo. Gli ho detto sì e me le ha mandate, quando le ho viste mi sono sembrate slegate tra loro e in nessun modo accomunabili da qualche elemento. Poi sono andato a fare un pisolino (uno dei pochi privilegi nel fare il mio mestiere è che posso dormire quanto e quando voglio) e al risveglio avevo la prima frase in testa. Scritta quella, il resto è uscito tutto insieme come il sangue dal costato di Gesù Cristo in croce.
  • In che modo le modalità atipiche di lavorazione si sono riflesse sul prodotto finale?
    AkaB: Non saprei dire, i disegni sono già una forma di scrittura (!), quindi in qualche modo sono stati loro a dettare le parole. Questa cosa mi ha fatto pensare che sia nella storia di ogni singolo uomo, sia in quella della intera umanità, il disegno viene sempre prima della parola. Basti pensare ai bambini o a gli uomini delle caverne.
    Squaz: Sul fatto che si tratti davvero di una modalità atipica potremmo parlarne a lungo. Forse per il fumetto può essere vero, ma è vero anche che né io né AkaB ci rapportiamo esclusivamente al fumetto ed ai suoi codici. In realtà, molte canzoni nascono proprio in questo modo, partendo cioè dalla musica. E forse è proprio una specie di strana “qualità musicale” che si è trasferita nel nostro lavoro. In senso più tecnico invece, saltano fuori occasionalmente delle piccole incongruenze. Bizzarrie, capricci, parti del discorso che vengono abbandonate e mai più riprese e, in modo speculare, dettagli delle illustrazioni che non hanno una stretta attinenza con la storia. Ma questi più che essere dei difetti sono proprio il DNA di questo libro, aspetti congeniti. Non ci interessava certo realizzare la “storia ad orologeria” dove ogni dettaglio è funzionale alla narrazione, per intenderci. Ne è venuto fuori un libro disfunzionale, che credo ci rappresenti abbastanza fedelmente.
    Parliamo un po’ di voi. Insieme con il precedente Le 5 Fasi, La soffitta rispecchia il vostro interesse artistico e narrativo nei confronti di un certo tipo di immaginario – tenuto conto delle dovute differenze tra l’approccio di Squaz e quello di AkaB. Di cosa vi siete nutriti per partorire questo mondo grottesco e deviato?
    AkaB: Di realtà.
    Squaz: Sì, il nostro rispettivo approccio è abbastanza diverso. Ma credo che, al di là delle ovvie differenze stilistiche, ci siano molte cose in comune tra me ed AkaB. Mi riferisco in particolare al modo di avvicinarsi alla creazione artistica, anche se poi ognuno di noi trova soluzioni diverse alle stesse domande. Sia ne Le 5 Fasi sia ne La soffitta c’è la stessa voglia di mettersi in gioco, per esempio. Di uscire dalla cosiddetta “comfort zone” e di farlo insieme ad altri. Nel caso de La soffitta, quello che mi interessava era non fare sconti al lettore. Non ammiccare, non cercare la sua comprensione, non ironizzare, né prendere le distanze da ciò che si racconta. Nell’epoca dei meme, dove ci si nasconde dietro una battuta per liquidare argomenti anche complessi, io qui non volevo proprio nascondermi. E di meme ne inventerei uno al giorno, vista la mia estrazione Pop… Dal punto di vista del disegno invece, è da molto tempo ormai che non mi chiedo più da dove prendo le cose.
    Come giudicate lo stato di salute del fumetto in Italia? Decenni dopo la stagione delle riviste, si stanno ri-creando degli spazi significativi – intendo soprattutto a livello di circolazione – per un fumetto che si discosta dai canoni del popolare da edicola?
    Squaz: Credo che gli spazi più significativi si stiano creando nella testa delle persone. Nel senso che, tra mille altre cose, c’è sempre più spazio anche per il fumetto. Lo dimostrano ad esempio le decine di fiere e mostre mercato dedicate al settore, alcune decisamente non orientate al fumetto commerciale. Dal punto di vista editoriale, vedo sempre più spazio ai fumetti sulle pagine dei giornali. Ci sono le rubriche a fumetti, c’è il graphic journalism, ci sono i quotidiani con gli inserti. E nella maggior parte dei casi il tipo di fumetto è proprio quello più artistico e meno convenzionale. Per gente come me e AkaB è una grossa opportunità. Devo dire però che il fumetto popolare da edicola e quello indipendente sono in contatto, e lo sono sicuramente più oggi di un tempo. Almeno, da noi in Italia. Parlo certamente di collaborazioni, di scambi tra i due mondi, ma anche del fatto che sono sempre stato d’accordo sulla teoria di Alan Moore secondo la quale il fumetto seriale e quello alternativo sono vagoni dello stesso treno, anche quando apparentemente sembrano andare in direzioni opposte.
    AkaB: Direi proprio che scoppia di salute, forse anche troppo. Non so se durerà, quello che so è che il fumetto ha sempre avuto grande attenzione nei periodi in cui il pensiero fascista torna a dominare.







  • OSCARMONDADORI
  • mappatura degli archivi e dei fondi di videoarte in Italia


    Trascrizione intervista a AkaB:
    di Micol Viola Vitale per
    Universita La Sapienza
    Università di Udine
    Studio Azzurro

    Quando hai iniziato ad utilizzare il video?
    Ho iniziato con i fumetti intorno al ’94 successivamente mi è venuta voglia di vedere i miei disegni in movimento, ho iniziato a fare delle piccole animazioni per capire che effetto facessero. Le prime volte in cui si mette insieme un video, con l’aggiunta dell’audio, si crea una vera magia. Da lì in poi, insieme ad un amico, ho iniziato a fare piccole animazioni: siamo partiti da MTV Italia, che faceva videosigle animate, tutto a Passo 1, mesi e mesi di lavoro e riprese in Super8. Ci siamo confrontati con delle difficoltà tecniche che oggi possono apparire “preistoriche” ma che per me sono state estremamente interessanti perché mi hanno permesso di avere una visione d’insieme. Poi ho avuto una sorta di “crisi”, del tutto normale per un ragazzo di 20 anni, e sono andato a vivere in Islanda per un anno dedicandomi alla pittura.
    Al mio ritorno, mio padre aveva acquistato una MiniDV una videocamera digitale molto piccola, per un uso amatoriale con la quale girava parecchio ma il fatto che non fosse poi capace di riguardare ciò che aveva girato, ha fatto sì che mi impossessassi della sua videocamera.
    È stato l’inizio di tutto: per un anno ho vissuto con la videocamera in mano girando qualsiasi cosa accadesse e riversando la sera, in una sorta di rielaborazione di ciò che vivevo. È tutto materiale su Mini dv che non ho mai riguardato ma che ho conservato perché sono convinto che possa avere grandi potenzialità. Per me la grande scoperta è stata capire che il cinema erano immagini ferme in movimento, “ma allora nemmeno si muovono!”. Il mio primo cortometraggio è stato una follia: l’ho fatto frame per frame con Photoshop, una cosa più semplice da fare in analogico che in digitale perché alla fine avevo qualcosa come 2000 frame, una mole incredibile, pesantissimi e difficili da gestire soprattutto perché i computer non erano quelli di oggi.
    Mattatoio, il mio film in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Nuovi Territori nel 2003, è stato girato con quella stessa videocamera di mio padre, che ho ancora oggi.
    Quindi hai iniziato a conservare il tuo materiale sin da subito?
    Sì, perché sentivo che ciò che giravo dovesse essere preservato e perché mi agevolava nel momento in cui i miei lavori venivano richiesti ai festival. Ho sempre avuto questa sensazione di dover salvare materiale, al tempo eravamo tutti molto giovani e serviva qualcuno che tenesse insieme le cose: l’ho fatto io, in modo meticoloso, quasi ossessivo, ma poi ho perso tutto quel materiale durante un trasloco. Per ciò che riguarda il mio lavoro io non butto nulla, tengo anche gli schizzi che faccio al telefono.
    Come risolvevi i problemi tecnici: ripresa/montaggio?
    Fino a che non ho avuto la videocamera palmare, vedevo l’idea di lavorare con l’ausilio di altre persone come qualcosa di fuori dalla mia portata. Venendo dai disegni, dai fumetti, il mio approccio iniziale è passato attraverso l’animazione, una cosa un po’ più “concreta”, i frame erano lì, ma ho lo stesso dovuto cercare una persona che avesse il Super8 per fare i frame, spedire la pellicola, etc.
    L’avvento del digitale ha cambiato tutto, per 6-7 anni sono entrato in una sorta di “bolla del video”: giravo e montavo, tantissimo materiale, tutti esperimenti. Molto di questo girato è diventato Vjing, con dei software di montaggio live proiettavo i miei video durante alcune serate milanesi.  Per me c’è un forte parallelismo tra il mondo del cinema e quello del fumetto, basti pensare che prima di fare un film si fa un fumetto del film, lo storyboard. Quando ho iniziato a lavorare con i fumetti ero molto giovane, mi sentivo inesperto rispetto ad altri e nonostante fossi io a scrivere gran parte delle storie non mi sentivo ancora pronto per fare l’autore. L’ho capito dopo ma il mio primo lavoro è stato fare il regista dei fumetti: decidevo le inquadrature con il disegnatore, i colori col colorista, la storia con lo sceneggiatore.
    Torni mai su quello che non hai sviluppato ma hai conservato?
    Ho un tratto del carattere che non mi permette di non finire le cose, ho un senso di completezza molto forte. Mi è capitato a più riprese, e continua a succedermi, che chiudo progetti che magari avevo iniziato 5 anni prima.
    Se ho lasciato un progetto in sospeso, so che prima o poi lo chiuderò.
    Hai utilizzato degli esperti? Noleggiato la strumentazione necessaria?
    Ho sempre fatto tutto da solo e mi riferisco anche alla fase di studio che è forse la più entusiasmante.
    Per il primo film che è andato a Venezia eravamo io, la mia ragazza dell’epoca e un mio amico che era anche l’attore protagonista. Poi ho girato un lungometraggio con i ragazzi di una scuola di cinema di Milano in cui tenevo un corso di cinema sperimentale.
    Dopo è arrivato un piccolo produttore di Milano che all’epoca si occupava di videoclip e che mi ha prodotto un corto, forse l’unico audiovisivo che ho prodotto in condizioni “normali”. Era un fumetto, ne avevo fatto la sceneggiatura e lo storyboard, dovevo solo dire agli altri che tipo di inquadratura fare e spesso, per questioni di spazi, le scene avvenivano in un’altra stanza ed io ero da solo con un monitor. È stato strano: ero abituato a fare tutto e di colpo non dovevo più fare nulla. Non posso nascondere che sento questo lavoro meno mio rispetto agli altri.
    Chi sono i tuoi finanziatori?
    Non ho avuto altre esperienze oltre a quella che ho appena raccontato.
    Hai delle committenze?
    Mentre insegnavo nella scuola di cinema mi è capitato di girare un cortometraggio che una casalinga di Voghera aveva scritto, la storia era incentrata sul rapporto dei suoi due fratelli con il padre. Era scritta in modo molto sentimentale. Devo ammettere che è stata un’esperienza molto divertente: lei mi ha pagato ed io ho un po’ scombinato la trama.
    Una seconda occasione di committenza è arrivata da parte di un signore sardo che però non aveva una vera storia e voleva che fossi io a crearne una dai pochi spunti che mi aveva dato ma in questo caso mi sono accorto che era una situazione che non aveva senso per me.
    La produzione video ti garantisce un’entrata economica?
    La mia storia mi ha portato ad interessarmi ai vari linguaggi, come il teatro, la danza moderna, la musica, perché penso che in qualche modo siano tutti figli di una matrice comune e sia importante fraternizzare con ognuno. Tornare ai fumetti dopo 7 anni di cinema è stata tutta un’altra cosa, in quegli anni avevo acquisito un’idea totalmente nuova del montaggio.
    Tra i vari mondi e linguaggi che ho frequentato, trovo che il cinema sia il più divertente, il più soddisfacente, quello in cui mi sento a casa. La dinamica del cinema, scrivi un film e sei da solo, lo pre-produci con al massimo un’altra persona, giri e vivi un momento di grande interazione e poi ritorni alla solitudine, è poi molto vicina alla mia natura, che mi impone di alternare momenti di solitudine a momenti di socialità.
    È qualcosa che farei sempre ma dai video non ho mai guadagnato nulla.
    In fondo credo che a muovermi sia sempre stata la curiosità: dopo una lunga serie di esperimenti mi è venuta voglia di provare a fare qualcosa di narrativo, che contenesse una storia, una sorta di grande magia, di grande upgrade. Ho iniziato a fare dei cortometraggi, alcuni dei quali sono andati a dei festival, alla base c’era la voglia di capire come funzionasse una storia. Una volta compreso come sviluppare i cortometraggi, ho voluto provare a fare un lungometraggio spinto soprattutto dalla voglia di scoprire come risolvere le problematiche strutturali che potevano sorgere.
    È questa la logica con cui ho girato il film: non faccio un film bello o brutto, né faccio un film da mostrare agli altri. Si erano venute a creare una serie di fortunate coincidenze: era estate, avevamo 3 mesi, una persona ci aveva lasciato la sua casa, il progetto entusiasmava me e le altre persone coinvolte. Mattatoio è nato così, ed è stato proposto al Festival di Venezia dai proprietari della casa in cui avevo girato e della scuola di cinema in cui avevo insegnato.
    Venezia è stata un’esperienza molto diversa da ciò che mi aspettavo, molto meno incentrata sul cinema di quanto credessi. Ad esempio, ho scoperto che i critici spessissimo si addormentano in sala e confondono scene di diversi film.  Su Mattatoio lessi una critica che diceva quanto una scena non avesse nulla a che fare con il resto del film e il critico aveva ragione: la scena citata non era nel mio film ma in un corto spagnolo che era dopo il mio!
    Tornando al discorso economico: al Festival di Venezia Mattatoio era nella sezione “Nuovi Territori” ed esiste una regola per cui se le sale scelgono di trasmettere il film più di un mese dopo il Festival, i film vanno direttamente ai cinema d’essai. Quindi i piccoli cinema che hanno poi chiesto Mattatoio, non mi hanno dato nulla a livello economico.
    Lì ho capito quanto possa essere difficile mantenersi solo con la produzione audiovisiva.
    C’è un mercato?
    Ancora oggi non mi è chiaro come si possa vivere, e mantenersi, solo lavorando con i video.
    In che contesti vengono mostrati i tuoi video?
    Prevalentemente festival.
    Qualche mese fa mi ha contattato un ragazzo che ha creato questa specie di Netflix di tutto ciò che non ha avuto distribuzione ed ho accettato di far parte del suo catalogo. Fino a quel momento avevo sempre detto di no anche a proposte interessanti. Dopo Mattatoio, Il corpo di Cristo e Vita e opere di un santo, non ho più voluto saperne e rifiutavo le proposte di invito da parte dei festival ma anche proposte di lavoro in questo ambito. È come se fossi stato ferito in una storia d’amore: da un lato non voglio parlarne perché ho vissuto dei bei momenti, ma dall’altro sento di non essere stato ricompensato in proporzione a quanto ho investito.
    Come pensi venga valutata la videoarte nel contesto delle arti visive?
    Come ho detto, mi piace frequentare diversi linguaggi. Mi è capitato di essere invitato a festival di arte in periodi nei quali normalmente esponevo tele ma essendo momenti in cui ero molto preso dai video chiedevo sempre se fosse possibile mettere anche delle mie videoinstallazioni, per me avevano lo stesso valore delle immagini ferme.
    Pensi che ci siano pregiudizi da parte dei critici nei confronti della videoarte?
    L’unico pregiudizio che sento molto forte, e credo sia molto italiano, riguarda il fatto che io fossi conosciuto perché facevo fumetti e nel mondo dei fumetti la mia produzione video era vista molto male, come se non si potessero frequentare linguaggi diversi e si dovesse restare vincolati ad uno spicchio di mondo. Ma più si va indietro nel tempo e più si nota quanto il ruolo dell’artista in origine avesse a che fare col sapere più cose possibili, nei più svariati ambiti, era qualcosa che dava densità ai lavori.
    Adesso tutto è fortemente specializzato, separato. Io invece ho bisogno di vedere come cose diverse possono compenetrarsi nel mio lavoro, quanto il mio sguardo possa farsi più profondo su certe cose.
    La produzione video è una costante della tua attività? Ti ha coinvolto solo per un periodo? Se sì, perché hai troncato con questa pratica?
    Per me è stato un amore improvviso e non ho pensato ad altro per 6-7 anni, che sono poi gli stessi impiegati dalle cellule a rigenerarsi e cambiarti completamente.
    Poi è finita: ero andato a fondo su quegli aspetti che mi interessavano e finché vivevo un processo di apprendimento compensavo la mancanza di un ritorno economico con un ritorno in termini di conoscenze. Quando ho aperto gli occhi questa era anche la parte che compensava il fatto che non ci fossero delle entrate economiche perché il fatto di imparare era per me già una sorta di ritorno, ma una volta finito questo processo di apprendimento ho come aperto gli occhi e capito che non avevo avuto nulla in cambio. Ho chiuso drasticamente e ci ho messo 10 anni per ammorbidirmi un po’: è stato come dover rinunciare a qualcosa che ti piace molto.
    In quei 10 anni ho ripreso con il mondo del fumetto ma in modo completamente diverso rispetto a quello che facevo da ragazzino, ho iniziato a fare libri molto personali che stranamente mi garantiscono un’entrata economica.
    In che condizioni di conservazione sono i video che hai realizzato?
    Credo molto buona.
    Di che supporti si compone l’archivio?
    MiniDV che conservo qui ma anche VHS che conservo a Lodi in un sottotetto di una fattoria ma con precauzioni affinché non si deteriorino.
    L’archivio è stato catalogato?
    No. Mi piacerebbe farlo. Sono ordinati per progetto e questo mi consente di ritrovare con facilità quello che riguarda i progetti più grossi. Per le sperimentazioni anche i nomi riportati sul supporto nascevano da idee estemporanee e non necessariamente legate al girato, quindi sarebbe un po’ più difficile trovare qualcosa di specifico se volessi cercarlo.
    Ti occupi personalmente dell’archivio e della sua conservazione?
    Sì.
    Hai donato/depositato altrove?
    Su Carboluce c’è Mattatoio.
    Che accordi avete stipulato?
    Non ho firmato un contratto, credo mi spetti una piccola percentuale ma non ne sono certo.
    In questo caso hai dato una copia del lungometraggio?
    No. Non avevo il file quindi gli ho dato la videocamera con cui ho girato il film.
    Ho girato tutto il film in MiniDV, poi l’ho montato e per mandarlo al Festival ho fatto un Beta che dovrei avere.
    Ci sono altri aventi diritto sul fondo?
    No.